Perché delle statistiche sulla percezione e la frequentazione degli spazi di cultura di un quartiere? Questa è stata la domanda principale di fronte alla sfida di narrare dei dati statistici. Nei mesi passati, il team di Sa.L.A.D. ha proposto a più di 300 persone un questionario che permettesse di ritrarre il pubblico del San Lorenzo Art District, chiarendone la composizione e soprattutto le motivazioni che lo portano (o meno) a visitare e frequentare gli spazi della cultura del quartiere.

Questo sondaggio, oltre ad essere un utile strumento di raccolta dati, è di per sé un sintomo del profondo cambiamento che i luoghi di cultura come gallerie e musei hanno affrontato negli anni più recenti ovvero la presa di coscienza dell’importanza del pubblico, o meglio dei “pubblici”. Il decaduto museo-istituzione, che trova le sue origini nel museo illuminista del XVIII secolo, ha lasciato spazio a nuovi fronti di innovazione all’interno del mondo culturale che sono stati approfonditi da recenti studi: la professoressa Eilean Hooper Greenhill dell’università di Leicester li ha riassunti in quattro voci: l’introduzione di nuovi ruoli professionali; l’emergere di un concetto complesso di pubblico; la comparsa di voci nuove; e infine, lo sviluppo di nuove narrative. Quella più attinente alla nostra analisi è sicuramente l’aspetto riguardante la complessità del pubblico: l’innovazione è l’effettivo riconoscimento di nuovi pubblici. Per Hooper Greenhill, infatti, i visitatori e frequentatori dei luoghi di cultura “non vengono più astrattamente considerati come il «grande pubblico», ma sono riconosciuti come individui la cui natura, i cui obiettivi e i cui desideri possono essere sottoposti ad analisi.” Secondo i suoi studi, molte tra gallerie e musei hanno cominciato a effettuare regolari ricerche sui visitatori al fine di disegnare un’immagine accurata della natura dei loro pubblici di riferimento. Questa premessa ci riporta all’obbiettivo iniziale del sondaggio: una volta avviato il progetto di mappatura dei luoghi di cultura di San Lorenzo, è necessario “mappare” anche i suoi abitanti e ospiti. Questo lavoro non doveva tenere conto solo dei numeri quantitativi e dei profili tipologici dei visitatori, ma soprattutto delle motivazioni per cui i soggetti intervistati frequentassero o meno il quartiere e i suoi luoghi di cultura, in modo da identificare anche i “non visitatori” ed elaborare strategie per diminuirne l’entità.

Subito si è presentata una discrepanza nei dati registrati: il 67% degli intervistati ha affermato di visitare normalmente gallerie d’arte a Roma, ma quasi la stessa percentuale (66%) non ha mai frequentato una galleria d’arte, o uno studio d’artista (75%) a San Lorenzo. Alla domanda “perché frequenti San Lorenzo?”, infatti, i principali risultati hanno raggruppato gran parte degli intervistati in abitanti del quartiere, frequentatori/frequentatrici dei locali e della vita notturna (45%) e studentesse/studenti (36%). Bisogna sicuramente tenere in considerazione l’immagine di San Lorenzo che è stata costruita negli ultimi anni da media e speculazioni politiche: oltre all’evidente legame con la vita universitaria, spesso ciò che viene raccontato del quartiere è limitato a fatti di cronaca e mistificazione della vita notturna (e non). Proprio la dialettica giornalistica e politica ha utilizzato una retorica securitaria che si basa sull’opposizione tra “malamovida” e “buona movida”, trattandola come unico aspetto della vita di San Lorenzo. Ignorando le spinte costruttive presenti nel quartiere, appare inevitabile come la maggior parte degli intervistati (85%) affermi di non conoscere proprio l’esistenza di spazi artistici. Allo stesso modo però, la stessa maggioranza ha definito “interessante” la nascita di una rete culturale di quartiere. Un altro punto che nutre quindi questa mancata conoscenza può essere legata agli spazi stessi: sia alla relativa giovinezza di alcuni di loro, sia evidentemente a delle inefficaci strategie di outreach. Come abbiamo visto, una metodologia molto utile utilizzata da gallerie e realtà artistiche per “auto valutare” limiti e forze del proprio operato è proprio il sondaggio: dopo un evento, un talk, un opening, o una semplice visita, potrebbe essere utile per la realtà artistica chiedere al visitatore un feedback della propria esperienza e magari chiedere come sia venuto a conoscenza di quel determinato evento o luogo. Raccolti i dati a riguardo, sarà più facile per le pianificazioni future identificare quali siano i modi più efficaci per ampliare il range di pubblico ed estendere la conoscenza effettiva degli spazi presenti nel quartiere.
Se chiarire questi aspetti può portare ad un’azione di outreach maggiore e più mirata, la giovinezza di alcuni spazi e realtà del quartiere può sicuramente influire sulla percentuale di persone che li conoscono o meno: il tempo che una realtà culturale e artistica, spesso indipendente o nata dal basso, potrebbe impiegare per creare un network di conoscenze è spesso lungo e tortuoso.

Il lavoro all’interno degli spazi prevede anche dei passi verso l’esterno. Il dialogo con i pubblici può risultare utile sia per la raccolta dati della realtà che lo propone, sia per il pubblico stesso, che assume così quel ruolo di co-protagonista che potrebbe avere in una rete culturale. Le pratiche di sondaggio, valutazione e di indagine sui visitatori comportano una serie di attività che non solo sono sostanziali sotto il profilo dell’espressione individuale, ma offrono alle persone e ai gruppi in visita un’opportunità di esprimere le loro risposte personali ed emotive alla propria esperienza. Sotto un altro punto di vista, la giovinezza di alcuni spazi culturali del quartiere porta con sé un altro aspetto utile alla comprensione dei dati del sondaggio. Il 66% degli intervistati afferma di vedere la nascita di una rete culturale all’interno del quartiere come “un’opportunità per conoscere nuove persone e nuove realtà”. Molto spesso però i luoghi di cultura più istituzionali non vengono percepiti in questo modo, anzi finiscono per infondere ancora quell’aura di autorità e incomprensibilità che può diventare una barriera culturale ed emotiva per determinate fasce di pubblico. La forza di una rete culturale di quartiere può diventare proprio un’arma per combattere questa barriera all’interno degli spazi culturali e artistici: gli spazi hanno notato infatti una curiosità spontanea che può attrarre anche a prescindere dalla conoscenza della mostra presente. Nel caso della galleria Materia, la posizione strategica ha introdotto molti visitatori nuovi o casuali che si sono poi interessati alle opere in maniera attiva. Con la pandemia, Materia ha poi cambiato l’organizzazione degli opening, sviluppandoli lungo il corso della giornata partendo dalla mattina fino al tramonto, con colazioni ed eventi più distesi: questa strategia non solo ha permesso un più lento ed efficace rapporto con i visitatori, ma ha anche fatto sì che essi vedessero il quartiere di giorno, lo frequentassero nella sua immagine veritiera e rionale. Questa modalità di opening verrà mantenuta anche dopo la pandemia poiché è risultata funzionale agli scopi della galleria ma anche all’effettiva tessitura di una rete culturale di quartiere.

Una volta delineati quelli che possono essere i punti critici rinvenuti dal sondaggio, come nota di chiusura non si possono ignorare gli aspetti positivi che l’analisi ha fatto trapelare. La percentuale di intervistati che ha risposto di aver effettivamente visitato una galleria o uno studio d’artista nel quartiere, afferma di averlo fatto per tre motivi fondamentali: per interesse personale (63%), per curiosità (52%) e per vedere una mostra (42%). Il tema della motivazione assume un ruolo fondamentale nel comprendere la percezione di un fenomeno (come nel nostro caso di una rete culturale di quartiere): sarà un bisogno a muovere il cittadino a frequentare gli spazi artistici e conoscere tali bisogni sarà utile agli spazi stessi. Il tema della motivazione è stato approfondito da diverse teorie tra ‘800 e ‘900, e Abraham Maslow in particolare ha prodotto quella che poi è passata alla storia come “Piramide dei bisogni di Maslow”. Nel 1954 Maslow definisce la motivazione come la carenza di un “oggetto” desiderato, per la quale una persona orienta il suo comportamento per raggiungere o per soddisfare il relativo bisogno, ed articola i bisogni in 5 tipologie universali, disposte in gerarchia, o a piramide. La soddisfazione dei bisogni più elementari è condizione necessaria per fare emergere quelli di ordine superiore; i primi, una volta soddisfatti, tendono a non ripresentarsi, mentre i bisogni sociali e relazionali rinascono con nuovi e più ambiziosi obiettivi da raggiungere. Alla base della piramide ci sono i bisogni essenziali alla sopravvivenza, mentre salendo verso il vertice si incontrano i bisogni più immateriali, che comprendono sicurezza, stima e appartenenza. Quello che emerge dal sondaggio è una tendenza a frequentare i luoghi di cultura per quello che Maslow avrebbe chiamato “bisogno di autorealizzazione”, ovvero il livello più alto della piramide che racchiude curiosità, creatività, crescita o conoscenza, e sviluppo del sé. Può essere questo il punto di arrivo della domanda iniziale: arrivare a trattare nella stessa sede dei numeri come sintomi di aspirazioni alla cultura. È per questo che i risultati del sondaggio sono stati resi pubblici: per i potenziali visitatori futuri ma anche (e forse soprattutto) a sostegno delle realtà artistiche di quartiere e per tutti coloro che hanno definito “interessante ” l’idea di una rete culturale a San Lorenzo.
Bibliografia
M. Sani e A. Tromboni (a cura di), La qualità nella pratica educativa al museo, in ER, Materiali e Ricerche, Musei e Territorio, 2003.
K. Gibbs, M. Sani (a cura di), Musei e apprendimento lungo tutto l’arco della vita, J. Thomson, Ferrara 2007.
S. Bodo (a cura di), Il museo relazionale, Ed. Fondazione Agnelli, Torino 2000.
